<<Danke, dass du hier bist.>> (Grazie per essere qui)
Le macchine da cucire avevano un non so che di familiare. Il classico ticchettio. A scandire il tempo. Mentre le fibre della stoffa facevano a botte tra di loro per unirsi. Quel gigantesco fabbricato riusciva a ben riparare dal gelo che c’era all’esterno. Mia nonna era arrivata lì seguendo mio nonno. In cerca di lavoro. Nonostante entrambi conoscessero poco la lingua, riuscirono comunque ad accumulare molti bei ricordi di quel periodo. Con il tempo, a imparare anche qualche parola. Principalmente a contare. Ains. Zvai. Drai. Fir. Erano pronunciati così. Sempre con fierezza durante i racconti.
<<Bitte. Gut, helfen zu können.>> (Di nulla. Bene poter aiutare.)
<<Das ist nicht selbstverständlich, du bekommst ein Kind. Wirst du zurück nach Italien gehen?>> (Non è scontato, visto che aspetti un bambino. Tornerai in Italia?)
<<Leider ja. Niemand kann um ihn kümmern. Sonst ich wäre geblieben.>> (Purtroppo sì. Nessuno può prendersi cura intorno a lui. Altrimenti io sarei rimasta)
Scrivere e digitare sono la stessa cosa?
Non puoi scrivere qualcosa se non ti dai tempo per pensare. Soprattutto quando dopo aver iniziato ti accorgi che le parole non scorrono mai in modo totalmente lineare. È come mettere un passo dopo l’altro, ma prima di fare il successivo hai bisogno di scegliere quale direzione prendere. È come tirarsi un cazzotto alla bocca dello stomaco ogni volta. Perché scegli di scrivere questo e non quello. Ed è sempre un casino.
Il punto è che quando inizi devi già aver in mente quale sia l’obiettivo. E sperare che dopo tutti quei passi il posto in cui arrivi sia esattamente quello che avevi immaginato.
Il lettore invece, dal canto suo, fa esattamente l’opposto. Non immagina mai in quale guaio finirà per cacciarsi. Si inizia a leggere proprio perché si spera che in qualche modo qualcuno lì fuori abbia scritto qualcosa che ci aiuti a trovare un nuovo spunto, lasciato qualche traccia da seguire.
Lo scrittore deve pensare cosa comunicare prima di scrivere. E poi scrive. Il lettore legge. E dopo aver letto spera di poter trovare qualcosa di nuovo a cui pensare.
Lo scrittore avrà sempre qualcosa di nuovo da scrivere se chi legge e pensa dopo aver letto, cercherà di capire quello che lo scrittore voleva comunicare.
Lo scrittore morirà il giorno in cui inizierà a scrivere senza prima pensare. Il lettore morirà il giorno in cui leggere non lo porterà più a chiedersi perché chi ha scritto quelle parole ha scritto queste e non quelle. E perché.
Quello sarà il giorno in cui lo scrittore e il lettore smetteranno entrambi di essere umani.
Testimonianza dal centro della tempesta

Mi chiedo se sia giusto tutto questo. Ultimamente mi affanno a cercare quale sia lo schema ricorrente. Cerco di capire se da qui io stia riuscendo a capire quello che la vita voglia comunicarmi.
Ho notato negli ultimi giorni un rossore intenso comparire spesso nei bulbi oculari.
Mi chiedo se in quei momenti in cui mi immaginavo da grande riuscissi in qualche modo anche a tracciarne il percorso. La strada da cui mi vedevo sbucare fuori che aspetto aveva? E come riuscivo a dipingere così bene anche i dettagli. Le pareti. Le cose appese al muro.
Mi chiedo se il modo in cui disegnavi quello che saresti stato. La tua figura. Abbia davvero influenzato la tua vita? Oppure semplicemente è rimasto uno schizzo intrappolato in qualche nuvoletta?
E il modo in cui tu adesso guardi quel sogno sfumare ti assicura che quello che avevi sperato abbia smesso di esistere definitivamente? Oppure, sei sicuro che non si sia trasformato in qualcos’altro?
Il rossore non sembrava comparire per un motivo specifico, così decisi di approfondire.
Ho pensato di aver creduto a troppe cose sbagliate. Di aver abboccato sempre all’amo che mi faceva più comodo. E mi chiedo se forse le cose che mi ero immaginato non stiano davvero vivendo da qualche altra parte. E se esistesse una versione di me esattamente uguale a quella che mi ero dipinto?
Ho pensato che forse mi renderebbe felice credere a tutto questo. Che i sogni forse sono indipendenti da noi. E che in un modo o nell’altro nel momento in cui li vediamo comparire nella nostra testa inizino ad esistere in un qualche tipo di forma. Come se diventassero reali. E poi con il passare del tempo non facciamo altro che diventare spettatori.
A volte vediamo sogni che si realizzano ed altre volte no. Ma non smettono di esistere. Semplicemente si trasformano in qualcosa che non siamo più in grado di vedere. Da qualche altra parte magari.
Il paradosso della preesistenza afferma che i sogni non siano altro che il frutto di tutto quello che esiste intorno a noi e che sia in grado di influenzarci. Afferma che i sogni sono la materializzazione di una conclusione che il nostro cervello trae dalle esperienze vissute. In un certo senso secondo questo paradosso i sogni preesistono già prima che noi possiamo riuscire a immaginarli. Intorno a noi. E aspettano solo che gli diamo la giusta attenzione. Per certi versi sono entità che ci osservano in attesa di capire quale sia il momento giusto per comparire. Per iniziare ad esistere.
Dai referti venne fuori che era semplicemente stress. Stress visibile a quanto pare.
Perché scegliamo?
Questa cosa delle decisioni è un bel cazzo di casino. Soprattutto quando scrivi qualcosa. Perché devi capire cosa voler comunicare. E a volte non basta solo quello. Così scegli di partire da qualcosa.
L’idea del questo o quello. E speravo mi potesse aiutare in qualche modo invece ha incasinato ancora di più le cose. Ma siccome è un passaggio importante per arrivare alla fine ne faccio un sunto breve così che io possa non dovermi prendere le responsabilità di qualcun altro:
Il concetto è legare le scelte individuali alla propria identità personale. Siccome ogni scelta ci definisce ogni passo diventa estremamente angosciante. E questo perché sostanzialmente si nega la possibilità che due strade diverse possano coesistere. E così ogni volta che arriva quel momento, il trovarsi di fronte alle infinite possibilità ci rende nient’altro che inermi. Fallibili. La vertigine della libertà.
Scegli ed escludi per sempre tutte le altre possibilità oppure non scegli. E non scegliere significa farsi guidare in ogni caso. Poiché significa perdere la propria personalità e che qualcun altro sceglierà per te. Aut aut. Questo o quello.
Basi di cucina per diventare un cuoco perfetto
Metti dell’acqua in una pentola.
Essere un bravo cuoco. Scegliere di intraprendere un percorso formativo. Imparare questo mestiere. Sono tutte scelte che definiscono la personalità di questo individuo. Ma una volta portato a termine sarai per sempre “il cuoco”?
Accendi la fiamma e una volta a bollore inserisci del riso. La qualità che preferisci.
E se ad un certo punto tu che hai aperto un grande ristorante volessi scegliere di diventare un bravo padre smetterai mai di essere “il bravo cuoco”?
Aspetta che il riso sia cotto per poterlo scolare.
E se ad un certo punto tu che sei diventato un bravo padre decidessi che leggere ti rende felice, il cinema ti rende felice, gli scacchi ti rendono felice smetterai di essere “il bravo padre”? Sarai quello a cui piacevano i libri, il cinema o gli scacchi?
E quindi è cosi. Come lo avevi immaginato?
Cerchiamo continuamente di entrare in uno di quei contenitori. Commettendo sempre lo stesso errore.
Pensiamo che, una volta entrati, ci sentiremo finalmente in pace con noi stessi. Convinti di aver preso quelle cavolo di decisioni importanti. Immaginiamo che da quel momento potremo preoccuparci soltanto del colore della macchina nuova o del modello di lavatrice da comprare. Come se quell’angoscia potesse finalmente smettere di inseguirci.
Eppure lasciare che un singolo aspetto della nostra vita. Il lavoro. Una scelta. Una caratteristica. Un ideale. Finisca per identificare completamente ciò che siamo è la ricetta perfetta per l’insoddisfazione.
Un medico è soltanto il medico?
Un vegano è soltanto il vegano?
Cambiare lavoro, cambiare sesso, cambiare il proprio stile di vita: basta davvero a raccontare tutto quello che siamo?
Esseri infinitamente complessi. Mutabili. Eppure ci aggrappiamo proprio a quella caratteristica che ci ha permesso di entrare nel contenitore che ci siamo scelti. Scegliamo di valutarci, di pesarci, di raccontarci tenendo conto di quell’unico frammento di noi. E lasciamo che quel contenitore finisca per influenzare ogni altra parte della nostra vita.
Ma se non fossimo definiti dalla carriera che abbiamo scelto? O da ciò che mangiamo? O da chi amiamo? O da quello che ci piace fare?
E se smettessimo di tracciare continuamente i confini della nostra identità, lasciando al tempo la possibilità di smussarci, di cambiarci, di offrirci prospettive nuove?
Forse saremmo tutti un po’ più liberi.
E se lasciassimo ai sogni il compito di guidarci senza pretendere che ci conducano necessariamente nel posto giusto, al momento giusto? E se, invece, un giorno scoprissimo che non era come lo avevamo immaginato? Non dovremmo forse avere il coraggio di cambiare ancora? Di fare una scelta in più?
Perché forse non esiste un sogno definitivo. Forse ogni sogno serve solo a portarci abbastanza lontano da permetterci di scoprirne un altro.
E se lasciassimo ai sogni piuttosto che alle scelte il compito di definirci?
Dedicato alle scelte sbagliate.
Ringrazio: Fantasmi da Marte – Film (2001) by John Carpenter che mi ha ispirato nella scrittura di questo articolo.